BeB Augusta Santuario Maria SS.ma del Tindari

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 Info

Santuario Maria SS.ma del Tindari

Misterioso il fascino della Madonna di Tindari. Antica icona lignea, custodita sulla sommità di una collina prospiciente il golfo di Patti, che attrae a sè da quasi mille anni la gente di Sicilia. Immagine di struggente sacralità che sintetizza, nella forma plastica, il genio interiore del medioevo, europeo e mediterraneo.
Una «Vergine con Bambino»: Theotokos e Hodigitria. Simile strutturalmente alle tante Madonne scolpite intorno al XII secolo al sud della Francia e al centro Italia. Diversa da queste per connotazioni culturali sorprendenti, che intrigano storici e critici d’arte. Sembra in essa vivere la Koinè che contraddistingue il tempo anteriore, le lacerazioni fra occidente e oriente. Non solo per comunione di fede, ma anche per circolarità e scambio di pienezza antropologica che consente di partecipare dei valori etici ed estetici.
Bizantina è questa Madonna e latina e mediorientale. Creazione del romanico che non conosce confini geografici e divisioni politiche, lievitato dall’umanesimo cristiano aperto agli influssi di ogni regione. Da secoli indicata, con riferimento al Cantico dei Cantici, come «Nigra sum» per l’incarnato bruno del volto, è oggetto di venerazione. A lei giungono pellegrini da ogni parte per invocare aiuto. Dinanzi a lei, palpitanti di emozioni, contemplano il mistero di Dio che si rivela nell’amore della Madre.
 
Tessuta di tradizioni e fioretti è la vicenda di questo simulacro, che si dice proveniente dalla Siria o dall’Egitto, in epoca iconoclasta. Si racconta che la statua, destinata ad altri lidi, sia giunta su una nave che, a causa di una tempesta, si incaglia fra le secche di Tindari. La gente del luogo viene subito a conoscenza dell’icona e ne resta colpita. Spinta da sentimento religioso, la trasporta in cima al colle installandola all’interno di un tempietto preesistente. Fin qui la leggenda.
 
La Tyndaris dei greci e dei romani, fondata da coloni dori nel 396 a. C. e distrutta nel primo secolo a. C. forse da un terremoto, risorta nel quinto secolo, divenendo sede vescovile e umiliata dai musulmani, si trova d’improvviso ad esser meta di viandanti del cielo. Luogo santo, perchè santa è l’immagine, posta nella solitudine della rupe, che appare nel silenzio a moltitudini di contadini e pastori, di avventurieri e viaggiatori, di mistici e agnostici. Non lascia indifferenti. A tutti comunica il segno arcano della sua presenza.
Frammentari sono i documenti che testimoniano, nel corso dei secoli, gli eventi relativi all’effigie sacra. Significativa la ricostruzione del vecchio santuario, nel 1598, ad opera del vescovo Bartolomeo Sebastiani, sulle rovine di una chiesetta, probabilmente medievale, rasa al suolo, nel 1544, da Rais Dragut, pirata algerino. Anche l’iconografia riguardante il sito e l’icona è povera: attende di essere scoperta.
L’immagine della Madonna di Tindari, molto diffusa, non è quella della storia. Appartiene ad una cultura, tra fine settecento e inizio ottocento, che si compiace di agghindare con paludamenti, monili e corone soprattutto le statue, riadattandole a un gusto popolare talvolta folclorico. La Nigra sum perde i suoi connotati romanici che vengono nascosti da una struttura di tela che, dipinta di azzurro e rosso, ricopre l’antica scultura, libera soltanto nel volto e nelle mani. In seguito l’abito "moderno" viene occultato dal piviale ricamato d’oro che copre per intero il simulacro.
Lo stesso Bambino è vestito con tunicella bianca decorata da fili aurei e argentei. Incoronate sono le teste della madre e del figlio con diademi baroccheggianti, mentre un giglio d’argento è posto fra le dita della Vergine.
 
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